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"Così l'Auditel falsa il mercato" Giulietto Chiesa parla della battaglia di Megachip sugli ascolti televisivi

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Articolo in: Quotidiani e riviste  

Da "Il Tirreno" di Federica Mura 12/12/2002

"Così l'Auditel falsa il mercato" Giulietto Chiesa parla della battaglia di Megachip sugli ascolti televisivi

Megachip ha lanciato la campagna contro l'Auditel, la società che rileva l'ascolto televisivo. Per capire meglio i termini della questione, abbiamo fatto qualche domanda a Giulietto Chiesa, giornalista, uno dei principali promotori dell'associazione Megachip.

 

La campagna contro l'Auditel parte da alcuni presupposti cardine. Fra questi, la convinzione che il campione scelto non sia rappresentativo di tutta la popolazione italiana.
«Il sistema di verifica dell'audience televisivo è totalmente inaffidabile. Il campione scelto non rappresenta affatto la popolazione italiana, ma è composto da un 10% di persone particolarmente soggette al potere della comunicazione televisiva».
Pare che esistano più di 5.000 campioni sparsi per la Penisola. Abbiamo idea di chi siano e in cambio di cosa forniscano questo servizio?


«Sono 5070 famiglie per la precisione. E le conosciamo bene. Alcune di quelle identificate hanno deciso di fare marcia indietro. Certo, le famiglie sono segrete per definizione, altrimenti sarebbero sottoposte a pressioni e di fatto lo sono comunque. Queste famiglie dovrebbero essere rappresentative di tutti gli strati della popolazione, di tutte le fasce d'età, dovrebbero toccare tutte le realtà geografiche, dovrebbero insomma seguire tutti quei criteri che sono normalmente attingibili da ogni testo di sociologia. In realtà le cose vanno un po' diversamente».

Si tratta di un campione falso ed ingannevole. Innanzi tutto non vengono monitorati quelli che lasciano il televisore acceso e poi vanno a fare altro e, cosa ben più grave, non vengono monitorate le televisioni locali.
«Megachip ha deciso di lanciare questa campagna perchè ci siamo stufati di questa truffa che organizza profitti colossali soprattutto per Mediaset».

L'Auditel ha sempre difeso il segreto assoluto sui software utilizzati appellandosi al suo stato giuridico di società privata. Come poter risalire al margine di errore che esiste nelle rilevazioni?
«Abbiamo studiato il problema. Esiste anche un libro a questo proposito, "La favola sull'Auditel", scritto da Roberta Gisotti, giornalista di Radio Vaticana e pubblicato da Editori Riuniti con la mia prefazione. Ma c'è di più. Noi siamo in presenza di una violazione della legge, non solo di operazioni mediatiche. E in tutto questo l'Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni non sta facendo il suo dovere, non sta esercitando i suo poteri di controllo sull'Auditel, non sta applicando la sua legge. Siamo in condizione di monopolio. Non può essere affidato ad una società privata il monopolio su un settore così importante per la vita pubblica e la democrazia. E illegale. Ed è illegale che Rai e Mediaset siano proprietarie della stessa società che fa rilevazioni, ovvero che dall'Auditel traggano vantaggio i due maggiori attori del mercato pubblicitario, a danno del sistema di comunicazione e della concorrenza imparziale e vera».

- Ma perchè la Rai non rivela i dati del suo campione sull'indice di qualità e soddisfazione?
«Rispondo io: perchè quei dati differiscono dall'Auditel e conviene che restino nascosti».


- Lei crede che questa battaglia possa essere vinta attraverso internet o la carta stampata?
«No, la battaglia va fatta sul territorio. Abbiamo già lanciato la "Caccia al tesoro" con l'obiettivo di sostituire i criteri dell'auditel distruggendo il loro campione».
E i telegiornali? «Ma come si fa a parlare di audience nei telegiornali? Così si diffonde scemenza. Invece di stabilire l'ordine delle notizie sulla base delle priorità, si introducono sfilate di moda, gradite ad un pubblico femminile, donne nude per i guardoni e così via. Certamente l'Auditel non è responsabile di tutto, ci sono anche i singoli Direttori dei giornali, di cui nessuno fa i nomi».
Se potesse tornare indietro di una ventina di anni, che cosa direbbe alla sinistra come monito?
«La sinistra italiana non ha capito niente, soprattutto per debolezze culturali. Non ha capito niente del potere del mezzo televisivo e l'ha lasciato gestire a chi invece l'aveva capito bene, Berlusconi per esempio. Certo la debolezza culturale non è stata solo della sinistra, ma di chi non ha saputo controllare la televisione, gettando via un patrimonio di gente, valori, speranze».

 

 

 

 

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