Cibo e medicine stanno finalmente giungendo per 60 mila siriani assediati nella provincia di Idlib e dovranno bastare per un mese, ma sono 400 mila i civili che secondo l’Onu sono ridotti alla fame in varie aree del Paese, accerchiati dall’una o dall’altra delle forze in campo, in un sanguinoso conflitto che si trascina ormai da quasi 5 anni. “Abbiamo bisogno che gli aiuti arrivino a tutti coloro che ne hanno bisogno”, ha dichiarato l’ambasciatore neozelandese Bohemen che, insieme al collega spagnolo, ha sollecitato la riunione a porte chiuse del Consiglio di Sicurezza per sostenere la popolazione civile siriana, in attesa di una possibile soluzione pacifica del conflitto. Un nuovo incontro tra delegazioni del governo e delle opposizioni si terrà il 25 gennaio a Ginevra. Intanto, sul terreno proseguono gli scontri e i bombardamenti. Nei primi dieci giorni dell’anno, sono state 311 le incursioni aree russe contro oltre mille obiettivi, ritenuti terroristi da Mosca. Una guerra che non risparmia i bambini: 12 le piccole vittime nella provincia di Aleppo di due attacchi tra domenica e lunedì da parte russa e degli insorti.
L'opinione di Silvio Tessari, responsabile della Caritas italiana per il Medio Oriente ed il Nord Africa:
D. – Silvio Tessari come definire oggi lo stato della popolazione siriana?
R. – L’aggettivo è "catastrofico". Naturalmente, molti ancora resistono nelle zone relativamente tranquille. Però, l’impressione che ho in questi ultimi giorni – se non settimane – è di un grande timore per i moltissimi siriani che sono già andati via e continuano ad andare via e in particolare la comunità cristiana dice: “Di questo passo spariremo tutti”. Io ho anche colto altri segnali: cioè, è sempre stata grave, la situazione, ma ora c’è stato un accordo tra le parti assediate e assedianti – e anche qui non è chiaro chi sia l’uno e chi l’altro – per permettere l’arrivo di un po’ di medicine e di viveri. Però, la situazione era già molto grave almeno da sei mesi, in queste tre cittadine.
D. – Questo allarme forse potrà aiutare nei colloqui di pace che vedranno, il 25 gennaio, a Ginevra, delegazioni del governo e delle opposizioni. Il Consiglio di sicurezza dell’Onu potrà in qualche modo far pressione?
R. – Non è la prima volta che si tenta di fare questi incontri, e la speranza rimane sempre. E’ piuttosto la speranza del pessimismo della ragione e dell’ottimismo della volontà. Quindi, noi ci troviamo davanti a una generazione e a una popolazione siriana che vivono come proprio in un tunnel, cioè non vedono futuro.
D. – La popolazione che è rimasta in Siria è quella più povera, che non ha potuto organizzarsi per espatriare?
R. – Sì, ma bisogna anche pensare che in Siria ci sono un numero di milioni stimato tra cinque e sei – anche sette, addirittura – di persone sfollate che sono fuggite dai loro villaggi, dalle loro città di origine, e vagano dove riescono a trovare un po’ di rifugio, e sono certamente le più povere. Da notare che "più povere" vuol dire anche classe media, ormai, cioè persone anche di una certa cultura che comunque non sono riuscite a scappare. Cioè, non è solo la possibilità concreta: è proprio non farcela. Quelli che - mi dicevano per esempio i nostri colleghi della Caritas di Damasco - fino a ieri erano assediati a Madaya, erano persone di una città relativamente moderna, quindi non erano poveri. Però erano assediati, quindi non potevano fuggire. Diciamo che ci sono i due gruppi: i più poveri, che ovviamente non sono potuti fuggire, e quelli che magari poveri non erano ma vivono in una condizione di tale insicurezza e di assedio vero e proprio che non riescono a farlo.