D. – Partiamo proprio con l’Is: a che punto siamo nel progetto di espansione perseguito da questo soggetto delirante e lucido allo stesso tempo?
R. – Direi che purtroppo siamo a un buon punto, perché l’Isis – non contento di essersi ritagliato uno spazio enorme in quell’area che ormai chiamiamo “Siriaq”, un po’ di Siria e un po’ di Iraq – ha comunque ottenuto l’affiliazione di altri gruppi terroristici, anche molto lontani: pensiamo per esempio a Boko Haram in Nigeria; e ha potuto comunque marcare una presenza abbastanza significativa e preoccupante anche molto vicino alle nostre coste, cioè in Libia. Se a questo uniamo il fatto che si rinnovano gli impegni, le promesse, gli sforzi per contrastare l’Isis là, dove è nato, cioè in Siria e in Iraq, e i risultati sono comunque modesti, non possiamo certo essere ottimisti, ecco. Per il momento, l’Isis ha vinto la sua battaglia.
D. – Quindi, per quanto riguarda la controffensiva della comunità internazionale contro l’Is, è un bilancio fallimentare …
R. – Io direi di sì, e metto anche in dubbio che ci sia stata una vera controffensiva internazionale contro l’Is, o Isis o Daesh, come vogliamo chiamarlo, altrimenti non si spiegherebbe perché migliaia e migliaia di incursioni aeree da parte di un’armata che comprende Stati militarmente molto potenti come, per esempio, gli Stati Uniti e la Turchia, abbiano prodotto così pochi risultati. In realtà, dovremmo entrare piuttosto nella mentalità che ci sono tolleranze, per non dire complicità internazionali, diffuse che aiutano l’Isis.
D. – Non si parla più da tempo di un mondo contrapposto tra Est e Ovest, ma i rapporti tra Stati Uniti e Russia camminano ancora sul filo del rasoio …
R.- Non si parla più di questa contrapposizione perché diciamo che l’Ovest ha vinto la sua battaglia e evidentemente ormai, soprattutto attraverso la sua potenza principale – gli Stati Uniti – il mondo predominante: basta osservare una mappa delle basi americane o basi Nato in Europa per vedere che di fatto la Russia è stata ricacciata, è stata spinta ad Est, certamente dal punto di vista dell’influenza geopolitica. L’ultimo colpo, naturalmente, è stato quello dell’Ucraina: la Russia ha perso il controllo sull’Ucraina, dopo mille anni, e l’Ucraina è un territorio di transito fondamentale per i gasdotti e gli oleodotti russi. Quindi, la Russia come ha reagito? Ha reagito in una maniera che sa di disperazione, di accerchiamento: ha reagito con la violenza, mentre gli Stati Uniti sono riusciti a imporre un cambio di governo a Kiev che non è stato certamente morbido, che ha richiesto molti morti ma che non è paragonabile alla guerra. E questa è una metafora abbastanza evidente di quello che è oggi il contrasto Est-Ovest. L’Ovest è predominante, l’Ovest ha molti più strumenti per intervenire e per affermare i propri interessi; l’Est, in particolare la Russia, reagisce come può e questo provoca, ovviamente, frizioni molto molto pericolose.
D. – Ad acuire queste frizioni c’è stata anche, alla fine di quest’anno 2015, l’entrata del Montenegro nell’Alleanza atlantica …
R. – Sì. Naturalmente. Poi, prossimamente avremo sicuramente quella dell’Ucraina … L’Alleanza Atlantica che è diventata un vero e proprio strumento della geopolitica come viene determinata nei circoli politici di Washington. E lo abbiamo visto anche, per esempio, sul fronte mediorientale: quando la Turchia ha abbattuto l’aereo russo e subito l’Alleanza Atlantica si è schierata a sostegno della Turchia nonostante il gesto fosse stato un atto di guerra con pochissimi precedenti.
D. – La predominanza degli Stati Uniti in questo Ovest influenza fortemente anche la politica dell’Unione Europea rispetto a Mosca, e alcuni si chiedono se invece l’Europa non avrebbe interesse ad avere rapporti migliori con Mosca …
R. – A me pare assolutamente chiaro che l’Europa, anche nella veste di Unione Europea, non ha alcun interesse ad avere rapporti conflittuali con Mosca, che è sempre stata – storicamente, almeno, anche ai tempi dell’Unione Sovietica – un partner anche commerciale, geopolitico in generale, superate alcune crisi, piuttosto affidabile. Noi non abbiamo mai avuto problemi con la Russia post-sovietica per quanto riguarda il gas, per quanto riguarda il petrolio. E infatti ci sono Paesi europei come la Germania che continuano molto serenamente ad avere rapporti commerciali, per quanto riguarda l’energia, con la Russia e addirittura pensano ad incrementarli. L’Unione Europea si è fatta coinvolgere in questa crisi ucraina e sta pagando il prezzo della crisi ucraina, molto più di quanto avvenga con gli Stati Uniti che sono stati nella realtà il vero interlocutore politico dell’attuale Ucraina e il Paese che in realtà profitta di questa crisi ucraina: non a caso è diventato ministro dell’economia dell’Ucraina una donna che si chiama Yaresko, un’ex funzionaria – addirittura – dell’ambasciata americana a Kiev. E questo dice tutto su quali sono i rapporti di forza, attualmente.
D. – Spostiamoci in un continente spesso dimenticato: l’Africa. Quali le preoccupazioni più grandi?
R. – Io credo che il fenomeno più rilevante – e purtroppo un fenomeno preoccupante – sia l’impetuoso aumento della persecuzione anticristiana in Africa. La Somalia è il secondo Paese al mondo, dopo la Corea del Nord, per persecuzioni anticristiane. Nella lista di questa terribile graduatoria sono entrati tre Paesi africani, tra i primi dieci, tra cui la Nigeria che è appunto il Paese dove imperversa Boko Haram, ormai affiliata all’Isis, ma dove i cristiani sono il 40% della popolazione, quindi neanche una minoranza debole e sparuta. Naturalmente, come vediamo anche in Medio Oriente e come vediamo altrove, la persecuzione a sfondo religioso è quasi sempre una persecuzione che ha radici e realtà politiche, economiche, etniche e che impugna la bandiera della religione molto spesso solo come copertura, solo come strumento di mobilitazione delle masse.