Tra le pagine più nere nella storia dell’umanità. Più di mille degli oltre 8 mila uomini e ragazzi trucidati a Srebrenica non hanno ancora un nome, sterminati in meno di quattro giorni, a pochi mesi dalla fine della guerra per l’indipendenza della Bosnia ed Erzegovina. Dopo la dissoluzione della Jugolasvia, i serbo-bosniaci che avrebbero voluto restare parte integrante di una grande Serbia, con il sostegno di Belgrado, avviano nella primavera del 1992 - il 6 aprile fu attaccata e posta sott’assedio Sarajevo - una campagna di violenze contro la popolazione musulmana, migliaia le vittime e migliaia in fuga nell’enclave di Srebrenica, nell’est della Bosnia, che sotto assedio viene dichiarata nel 1993 “area protetta” dalle Nazioni Unite, affidata a un contingente canadese di caschi blu, rimpiazzato poi da uno olandese. Passano due anni in armi e arriviamo a quel tragico 11 luglio 1995, quando le truppe al comando del generale Ratko Mladic, entrano a Srebrenica, separano donne e bambini e massacrano 8.372 maschi, secondo un disegno di "pulizia etnica", e ne gettano i corpi per massima parte in fosse comuni.
Dopo vent’anni, la più grave carneficina in Europa dalla seconda Guerra mondiale resta una ferita aperta nella comunità internazionale. La Russia ha posto nei giorni scorsi il veto nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu a una risoluzione che la definisce un “genocidio”. E c’è chi accusa le diplomazie di Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia ed Onu di avere in qualche modo "tollerato"’ il massacro per arrivare a ogni costo alla pace di Dayton nel dicembre seguente, come ha di recente documentato il domenicale britannico Observer. Intanto, il generale carnefice, Mladic, è ancora in attesa di processo dal Tribunale internazionale dell’Aja per genocidio e crimini contro l’umanità, mentre le famiglie delle vittime continuano a cercare le ossa dei loro cari nei boschi della zona e chiedono conto all’Onu di non averle protette.