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Il mistero dell'Auditel

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Articolo in: Conferenze e dibattiti  

Roberta Gisotti 26/05/2006

Il mistero dell'Auditel

Diocesi di Pistoia  ''Palazzina Uzielli'' di Vinci - Conferenza di Roberta Gisotti

 

Grazie a tutti per la vostra partecipazione, torno volentieri in Toscana, dove ho tenuto devo dire gli incontri più partecipati da parte del pubblico - si vede che i toscani sono più intelligenti o reattivi - su questo tema dell'Auditel, e dove sono già stata a Firenze a presentare la precedente edizione del libro, che risale al 2002, in due diversi contesti, e dove tornerò il prossimo mese per un incontro organizzato dall'Associazione dei laureati in economia a Villa Favard, e poi sono stata a Prato, nel 2003, in un incontro serale come questo organizzato dalla diocesi e dall'Ucsi, l'associazione della stampa cattolica.
Allora io ho preparato questo intervento scritto, che ora vi leggerò - spero senza annoiarvi - ma anzi con il proposito di darvi più suggestioni possibili per sollecitare da parte vostra degli interrogativi ed animare con tutti voi un dibattito partecipato su un tema che ci tocca tutti da vicino, quello della Tv, che tocca anche chi la Tv la vede poco perchèmagari non ha tempo o la vede il meno possibile, perchè questa Tv non lo interessa, ed ha deciso quindi di spegnerla e di fare altro - e dico io fa bene a fare altro piuttosto che subire una Tv che spesso non ci rispetta, non ci diverte, ci annoia, ci offende con l'idiozia, la volgarità, ci turba con la violenza e la morbosità, ci da ansia, e ci fa del male, speetttcie a bambini, giovani, anziani, i soggetti più deboli dvanti alla scherno tv - ma devono anche tutti questi spettatori delusi che la tv la spengono quando possono continuare ad interessarsi di Tv perchè questa indice comunque incide direttamente sulle loro vite, socialmente, economicamente e culturalmente oltre che piscologicamente e poi capiremo in che modo e perchè!
Ma prima è utile una premessa essenziale per disporci con consapevolezza nel nostro ruolo di telespettatori di una Televisione che è andata profondamente trasformandosi dalla sua nascita ad oggi - sono passati in Italia esattamente 52 anni dalle prime trasmissioni - mezzo secolo di rivoluzione mediatica, che ha portato profonde trasformazione nella nostra società, ma soprattutto nelle nostre famiglie ed anche a livello individuale. Una rivoluzione che ad un certo punto ha segnato però un punto di involuzione finora senza ritorno, nella programmazione televisiva. E vediamo ora di capire perchè.
Torniamo indietro alla fine degli anni '70, con l'entrata in scena della televisione commerciale si è sviluppato un processo di profonda trasformazione nel modo di fare e di fruire la televisione, fino allora gestita in Italia dalla Rai, quindi dal Servizio pubblico in regime di monopolio. Si è passati in quegli anni progressivamente da quella che viene definita la paleotelevisione alla neotelevisione. Ma qual è la differenza che nessuno ci ha spiegato in tanti anni - parlando per esempio al grande pubblico in televisione, - che magari ci saremo difesi come telespettatori. Ebbene la differenza è questa: che noi tutti spettatori, da destinatari della comunicazione televisiva, siamo diventati una merce di scambio. E sono emerse due esigenze conquistare il pubblico, sottraendolo ai competitori attraverso l'offerta di prodotti più efficaci e trattenere il pubblico sedotto da pratiche di consumo sempre più fluide e senza schema: pensiamo allo zapping (ovvero il passaggio rapido da un canale all'altro grazie all'avvento del telecomando in corrispondenza della pubblicità);ma c'è anche il cosiddetto flipping (ovvero il cambio impulsivo di canale per il semplice piacere di farlo) o anche lo zipping (ovvero la visone accelerata di immagini attraverso il videoregistratore per evitare la pubblicità) e infine il grazing (l'assaggio di vari programmi, in fruizione parallela). Vedete oggi disponiamo di studi particolareggiati, studi che analizzano e sezionano la produzione televisiva elaborati da esimii teorici e storici della televisione: abbiamo saggi, trattati, libri e enciclopedie della Tv, con firme importanti di professori universitari. Eppure in tanti testi non c'è traccia di una forte critica e motivata ribellione a questa distorsione culturale-sociale-etica della comunicazione televisiva, in cui viene annullata la personalità dello spettatore-cittadino a favore del consumatore-acquirente, che paradossalmente non avendo coscienza di questa identità davanti al video televisivo non è protetto rispetto ad altri settore del commercio, dove il consumatore può contare su leggi e normative che tutelano la sua salute e la sua sicurezza. Ricordo anni fa, di fronte all'ennesimo caso di Tv spazzatura, di avere scritto una lettera aperta provocatoria - che finì su molti giornali - all'allora Garante per l'editoria e la radiodiffusione, il prof. Giuseppe Santaniello; ebbene in quella profetica ma inascoltata lettera chiedevo di far apporre per legge sopra ogni apparecchio televisivo la scritta: "Tenere lontano dalla portata dei bambini, può nuocere alla salute". E credo che tale proposta sia più che mai valida oggi, bisogna che scrivo una nuova lettera all'Autorità garante per le comunicazioni. Perchè se non siamo tutelati come cittadini - soprattutto pensiamo ai nostri bambini - pretendiamo allora di essere tutelati come consumatori!,
Si perchè tutta la produzione televisiva oggi - ci piaccia o no - ruota intorno al concetto di consumo, e trova il suo punto di forza - e qui entriamo nel vivo del nostro incontro - trova il suo cardine nell'Auditel, ovvero in quel sistema di rilevamento degli ascolti televisivi, che ha codificato un cambiamento epocale nel modo di intendere la comunicazione televisiva; comunicazione non più pensata - come accadeva appunto negli anni della paleotelevisione - per informare, educare, intrattenere o divertire ma finalizzata unicamente a vendere fette di pubblico, teste, quante più teste possibili di consumatori al mercato pubblicitario. Ed i consumatori più appetibili sono proprio i bambini, i ragazzi, i giovani perchè più portati a spendere, a ricercare soddisfazione nell'acquisto, perchè più condizionabili dalle mode, dalle tendenze, più desiderosi di identificarsi con il gruppo e le idee dominanti ed anche più soggetti ad essere manipolati culturalmente, socialmente, politicamente.
Ecco, senza che nessuno lo abbia pubblicamente dichiarato siamo passati da un'economia di mercato ad una società di mercato. Società di mercato veicolata attraverso il più potente mezzo di comunicazione di massa la Tv appunto, la regina dei mass media. Società di mercato che si è perfino sovrapposta alla società politica; società politica che ha abdicato alla sua prerogativa di formare l'opinione pubblica attraverso le regole democratiche della rappresentanza civile, affidandosi anch'essa ai dati e alla tabelle dell'Auditel, quando vediamo che il dato Auditel assume la valenza di consenso politico e consenso nell'affermare valori o disvalori, stili di vita e tendenze al consumo, orientamenti ideologici, culturali, religiosi, che ci sono imposti come scelte di una maggioranza che è impalpabile, che non esiste è virtuale ma diviene dominante attraverso il dato Auditel, e si afferma in tv ma viene poi amplificata attraverso tutto il sistema dei media: giornali, riviste, mondo dello spettacolo, moda, pubblicità.
Tutto questo è davvero disdicevole, soprattutto perchè sfugge al controllo democratico, perchè parlando dei nostri bambini, adolescenti, mette fuori uso tutte le agenzie educative, deputate a formare la personalità fisica e psichica dei ragazzi: famiglia, scuola, parrocchia, associazioni sportive, e ricreative... che fare di fronte a modelli negativi propagati nelle nostre case attraverso la Tv, addomesticati nell'indifferenza sociale, sdoganati senza controllo di alcuna di quelle agenzie educative.
Ma ancora più disdicevole e paradossale che questa Tv di mercato si regoli per misurare il consenso su un sistema l'Auditel che in realtà è del tutto inaffidabile, una favola appunto come titola il mio libro.
In verità di questa nostra epoca per tanti versi 'folle' si parlerà - magari fra 50 o 100 anni - anche come dell'era tirannica dell'Auditel. Un sistema, che è nato - lo ricordiamo - nel dicembre 1986, per spartire la torta degli investimenti pubblicitari, in un periodo di grande espansione dell'emittenza privata: l'Auditel è in realtà il frutto di un 'malaugurato' patto stretto tra la Rai, l'allora Fininvest e l'Upa, la società che rappresenta gli utenti della pubblicità. Sul piano legale l'Auditel è una società suddivisa in parti uguali per il 33 per cento di proprietà della Rai, per il 33 per cento dell'emittenza privata, ovvero Mediaset e per una quota assolutamente minoritaria La Sette e per il restante 33 per cento degli Utenti della pubblicità ed i Centri media, oltre ad 1 per cento assolutamente simbolico della Federazione editori giornali (Fieg).
Si tratta dunque di una società non super partes come si vorrebbe ma intra pares, dove i 'controllatì sono anche i 'controllorì. E c'è poi un'altra società, l'Agb-Italia, che per conto dell'Auditel realizza il rilevamento degli ascolti.
L'avvento dell'Auditel non solo ha sancito il duopolio televisivo, ma l'ha reso inattaccabile, impedendo di fatto la nascita di un terzo, quarto, quinto polo come era auspicabile e impedendo lo sviluppo dell'emittenza locale, privata dei necessari finanziamenti pubblicitari, assorbiti per oltre il 90 per cento da Rai e Mediaset, che in base ai dati Auditel raccolgono il 90 per cento e più dell'audience totale.
Oltre 4 miliardi di euro, pari a circa 8 mila miliardi di vecchie lire, è il flusso enorme di denaro che ogni anno viene investito nella pubblicità televisiva. Massima parte di questi soldi, quasi il 67 per cento, entra nelle casse delle Reti Mediaset, mentre la Rai si accontenta di meno della metà, poco più del 29 per cento, La Sette e MTV si consolano con meno il 3,4 per cento e resta infine l'0,5 per cento, che va alle altre circa 650 emittenti locali e satellitari, che dunque si spartiscono le briciole o il nulla.
Ma quali garanzie abbiamo sull'equità di spartizione di tali cospicui investimenti che confluiscono nella Televisione? Alcuna garanzia, eppure l'Auditel è l'unico sistema di rilevamento accettato da Rai, Mediaset ed Upa per contrattare i finanziamenti pubblicitari.
Questo perchè attraverso l'Auditel si è instaurato di fatto un regime di finta concorrenza, dove le quote della pubblicità tra Rai e Mediaset sono rimaste sostanzialmente invariate da 19 anni, offrendo stabilità ad un mercato lievitato di anno in anno e monopolizzato da un gruppo ristretto di grandi Marchi, che producono beni di largo consumo.
Poco importa dunque ai grandi investitori che il dato Auditel sia veritiero o no e sapere con esattezza se un programma sia stato visto da un milione in più o in meno di spettatori: l'importante è mantenere l'esclusiva del più vasto mercato mediatico (7). La guerra dell'audience è solo un espediente per mantenere alta l'attenzione sul mercato, perchè in realtà l'Auditel è un sistema inaffidabile che non misura la qualità ma neanche la quantità.
Nato per dare un prezzo agli spot pubblicitari l'Auditel si è infatti trasformato in giudice insindacabile dell'intera programmazione televisiva e sempre più anche dell'informazione giornalistica. Il dato Auditel incombe infatti nelle redazioni di ogni programma e dei telegiornali; un male endemico che si è diffuso e radicato, un male che ha fagocitato il senso stesso della comunicazione, orientandola nella ricerca spasmodica dell'audience, del consenso, del successo; un male propagato dall'Agb-Italia, la società che per conto dell'Auditel ogni giorno sforna i dati sugli ascolti televisivi, comunicandoli attraverso la stampa al Paese intero, come se fosse notizia di pubblica utilità.
La ricerca spasmodica dell'ascolto è divenuta la prima attività di ogni persona che voglia lavorare ed affermarsi in Tv, e così pure il commento del dato Auditel è la prima occupazione dei colleghi che scrivono di Tv nei giornali o ne parlano alla Radio, ed anche dei critici televisivi, che analizzandone le curve ed i picchi in alto in basso hanno meritato cattedre nelle Università di Giornalismo e di Scienze della Comunicazione.
Dunque un patto malaugurato che ha segnato la vita degli Italiani. Si, perchè l'Auditel ha cambiato le regole della comunicazione televisiva non più pensata per informare, educare, intrattenere, divertire, ma finalizzata unicamente a vendere pubblico per il mercato pubblicitario. Siamo cosi passati da un'economia di mercato ad una società di mercato, sovrapposta alla società politica. Società politica che ha abdicato alla sua prerogativa di formare l'opinione pubblica attraverso le regole democratiche della rappresentanza civile, affidandosi anch'essa alle tabelle e ai grafici dell'Auditel, che hanno assunto anche la valenza di consenso politico, oltre che veicolo di valori e disvalori, veicolo di consumi e stili di vita, veicolo di orientamenti ideologici, culturali, religiosi che sono proposti o meglio imposti come scelte di una maggioranza - l'audience - impalpabile, virtuale - elaborata a Milano nei computer dell'Agb Italia - ma che diviene dominante, perchè nell'accezione comune il dato Auditel è quello che la gente vuole. Ma in realtà la gente vuole quello che decide l'Auditel.
L'Auditel registra con certezza solo apparecchi accesi e spesso confonde perfino i canali sintonizzati. Il suo campione di riferimento è formato da circa 5 mila famiglie, la cui lista è rimasta però segreta perfino alle autorità dello Stato (8); nè sono state rivelate le 10/12 mila famiglie che dovrebbero essere già uscite dalla ricerca, tanto da dubitare che siano mai esistite circa 30 mila persone che in 19 anni sono rimaste nascoste e mai hanno approfittato - salvo un pugno di coraggiosi testimoni - dell'opportunità di venire alla ribalta sui media (9).
E' un campione comunque di consumatori e non di cittadini-utenti (10), che rappresenta solo il 10 per cento della popolazione, perchè su 10 famiglie contattate solo 1 accetta di porre il meter (il congegno elettronico che registra i dati di accensione e di presenze segnalate) sul proprio televisore, e nulla sappiamo invece del restante 90 per cento che rifiuta di essere campionato, e di cui ignoriamo in realtà -secondo la scienza statistica - le scelte di ascolto (11). Inoltre è dimostrato che un apparecchio Tv per il 40 per cento del tempo in cui è acceso o non viene guardato o è visto solo distrattamente (12), ma basta restare sintonizzati per 31 secondi su un canale e si viene compresi nel pubblico di quel programma (13); ovvero il tempo minimo per capire che un programma non ci piace, o non ci interessa, per dissentire da ciò che vediamo o ascoltiamo, per restare scandalizzati o stupiti, o disturbati da un immagine, un discorso, quante volte purtroppo ci capita! E dopo 31 secondi concorriamo ad alzare l'audience di quel programma che magari letteralmente ci fa schifo (14).
Questo è l'Auditel, che ha indotto a ricercare sempre di più una Tv emozionale, una Tv dei picchi d'ascolto, che fanno media nell'audience di un programma e vanno a premiare chi riesce a catturare non importa a quale prezzo, l'attenzione dello spettatore per almeno 31 secondi; ed ecco perchè sempre più tanta volgarità, turpiloquio, violenza o idiozia.
Infine non vi è alcuna garanzia che le famiglie-campione, che restano tali mediamente per 5 anni - ma alcune hanno 'confessato' di esserlo state per 10-12 anni - si sottopongano con diligenza a svolgere un vero e proprio oneroso lavoro, in cambio di un piccolo elettrodomestico ogni anno o buoni acquisto, come hanno testimoniato in negativo le poche famiglie-campione intervistate pubblicamente, mentre non vi è stato mai un riscontro positivo da parte di alcuna altra famiglia .
Eppure alle 10 del mattino in tutte le redazioni televisive si consuma il dramma quotidiano della lettura dei dati Auditel, in base ai quali i 'perdentì vengono processati prima nella redazione, poi nella rete, quindi nell'azienda e infine il giorno dopo posti alla gogna pubblica sui giornali. Per i 'vincitorì è gloria, lavoro assicurato e compensi che lievitano. Ma ciò che interessa tutti è la ricaduta degli indici d'ascolto sull'intera società, dove il dato Auditel - attraverso la Tv e gli altri media che l'amplificano - ha assunto - come abbiamo già detto - la valenza di consenso popolare.
In realtà l'Auditel non dà certezze sul numero di persone davanti alla Tv, non valuta se un programma piace o meno nè tantomeno raccoglie le attese del pubblico: è un sistema inaffidabile che non misura la qualità ma neanche la quantità (16).
Da 19 anni, l'Auditel vanta di fotografare - attraverso i suoi dati di ascolto - un'Italia, mai confermata da altre ricerche sociologiche ma piuttosto sempre smentita. Un'Italia di analfabeti e semianalfabeti che merita la Tv che ha, che premia idiozie, volgarità e violenze sullo schermo, che ama le emozioni forti, apprezza le risse e il turpiloquio, adora i piagnistei e le confessioni vere o false, gode dietro il buco della chiave, davanti a prove estreme e scene disgustose; se non c'è prima un quiz non vede il telegiornale, se non c'è una ragazza seminuda si distrae, se non c'è tanta pubblicità si disorienta, se non vede sempre gli stessi volti noti si dispera (17).
Negli stessi anni il Censis attraverso puntuali rapporti su media e cittadini ha fotografato un'altra Italia pensante, critica, adulta. Un'Italia che apprezza la Tv di qualità, sociale e culturale, che chiede divertimento intelligente, informazione approfondita e corretta, rispetto dei bambini, opportunità di crescita per i ragazzi, formazione per i giovani, compagnia per gli anziani, attenzione per i disabili e gli immigrati, che aspetta stimoli critici per il Paese, innovazione nei palinsesti, sperimentazione di contenuti, linguaggi e forme nei programmi (18). Ma tutto ciò è rimasto lettera morta, perchè l'opinione pubblica nell'Italia dell'Auditel non ha diritto di cittadinanza, neanche nel Servizio pubblico-Rai.
Parimenti negli stessi anni innumerevoli studi e ricerche elaborati da fonti qualificate le più diverse, associazioni di psicologi, sociologi, medici, pediatri, psichiatri, chirurghi estetici, dietologi, sessuologi, genitori, maestri, insegnanti, giornalisti, telespettatori, consumatori, casalinghe, educatori ed altre ancora hanno documentato il grave disagio di una Televisione staccata dalla vita reale del Paese, hanno denunciato i guasti di una programmazione che lede i diritti dei minori, che offende la dignità delle donne, che nuoce alla salute fisica e mentale del pubblico. In campo sono scese perfino grandi società che fanno ricerca di marketing, denunciando che questa Tv - che avvilisce il Paese - non piace neanche ai pubblicitari e mortifica il mercato. Ma anche in tutti questi casi la voce dell'opinione pubblica è rimasta inascoltata (19).
Hanno perorato una Tv a servizio dell'uomo e del cittadino le massime autorità religiose, dello Stato e della società civile: Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, vescovi, intellettuali, ministri, leader politici, rappresentanti di istituzioni pubbliche e private. Ma sempre i richiami per una Tv a frutto del Bene comune sono caduti nel vuoto.
Allora che fare? Anzitutto chiediamo di sciogliere il patto dell'Auditel, andando al cuore degli interessi che vi sono dietro: esigiamo riscontri oggettivi e controllo pubblico - per quanto riguarda la Rai - sull'equità di distribuzione degli enormi flussi di denaro che confluiscono nella Televisione attraverso l'Auditel, unico sistema di rilevamento accettato da Rai, Mediaset ed Upa per contrattare i finanziamenti pubblicitari.
Invochiamo quindi il rispetto della legge in vigore la 249 del '97, che assegna all'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni di 'curare' la rilevazione degli indici di ascolto televisivi e di 'vigilare' sulla correttezza delle indagini sugli indici d'ascolto rilevati da altri soggetti. Obblighi finora evasi e sono 9 anni! E restiamo in attesa che questa Autorità pronunci quanto prima una direttiva di riforma sul sistema di rilevamento degli ascolti, alla luce del nuovo Rapporto dell'Istat e di un articolato studio del Consiglio nazionale degli utenti, che puntualizzano tutti i nodi critici del rilevamento Auditel ed indica le vie di un superamento necessario per tutelare i diritti degli utenti .
Promuoviamo infine la nascita di altri rilevamenti d'ascolto, e rendiamo pubblico da subito il sistema di rilevamento Iqs, ovvero l'Indice di qualità e soddisfazione. Dal luglio 1997 la Rai dispone infatti di un Servizio di rilevamento per registrare la qualità dei programmi percepita dagli spettatori, i loro giudizi, il grado di soddisfazione ed anche le attese. L'indagine, curata dall'Istituto di ricerche Doxa, riguarda l'intera programmazione Rai, nella fascia oraria tra le 7 e le 24. Quotidianamente vengono estratti 1500 nominativi e realizzate 800 interviste su programmi che spontaneamente i telespettatori dichiarano di aver visto il giorno prima. Il sistema "Iqs" conta oggi su un campione di ben 20 mila persone, un numero superiore al campione Auditel formato da circa 14 mila individui. Peccato che da ben 7 anni il sistema Iqs sia occultato, ovvero secretato non solo per il pubblico, ma anche per tutto il personale interno ed esterno della Rai, che per massima parte ne ignora perfino l'esistenza, nonostante l'ultimo Contratto di Servizio 2003-5 tra la Rai e lo Stato - che è legge dello Stato - preveda per la Rai l'impegno ad avviare "un sistema di verifica interna", "che accerti il grado di raggiungimento della qualità dell'offerta televisiva", e l'impegno "ad effettuare controlli e verifiche su un campione rappresentativo dell'utenza per analizzare la percezione del telespettatore rispetto alla qualità della programmazione" e provvedendo "attraverso un apposito centro di ascolto" "a recepire le opinioni del pubblico." Lo stesso contratto prevede una Commissione mista - formata da quattro membri, due del Consiglio nazionale degli utenti, due della Rai ed un rappresentate del Ministero delle Comunicazioni - che vigila sulla qualità dell'offerta. Commissione che l'11 novembre 2003 ha presentato il primo rapporto basato proprio sui dati "Iqs". Una data memorabile per una rivoluzione però sedata sul nascere.
Il rilevamento "Qualitel" si è infatti rivelato - come prevedibile - del tutto dissimile all'Auditel. (22) E nonostante l'impegno espresso dalla Rai in quella sede di dare diffusione trimestrale ed annuale dei dati Iqs, non si è più parlato di questo rilevamento tornato nell'oblio aziendale. Ma cosa documentavano gli unici dati "Iqs" mai resi pubblici: che i programmi d'intrattenimento, i film e le rubriche sportive sono le meno apprezzate rispetto alle attese, e che ai primi posti sono invece i programmi per bambini, quelli culturali, sociali e di pubblica utilità; per quanto riguarda invece le Reti la più gradita come programmazione è Rai-Tre.
E' facile valutare la portata 'rivoluzionaria' di questi dati "Iqs", che ribaltano le ottiche dell'audience certificate dall'Auditel come verità assolute sugli ascolti televisivi della popolazione italiana, e che altro non sono invece che una convenzione tra la Rai e Mediaset per spartire la torta degli investimenti pubblicitari. Una Convenzione che ha instaurato un regime di concorrenza che esaspera tutti quanti operano nella Televisione .
Diciamo allora basta a questa convenzione, che tanti mali ha procurato alla società ed auspichiamo che altri Stati europei dopo l'Italia - primo Paese al mondo a riflettere su questo tema - possano indagare sui loro sistemi di rilevamento degli ascolti televisivi e verificarne la correttezza, per un democratico sviluppo globale delle comunicazioni, tenuto conto dei nuovi scenari tecnologici, che sono già realtà della nostra vita quotidiana, pensiamo all'avvento del digitale e a tutte le nuove forme di fruizione del prodotto televisivo su computer e telefoni.
Dunque pretendiamo presto la riforma dell'Auditel. Ormai lo hanno chiesto a gran voce associazioni professionali di giornalisti, dei consumatori, di enti locali, di emittenti locali e satellitari, movimenti di impegno civico nel campo della comunicazione, oltre ad esperti di media, statistici, sociologi, psicologi ed esponenti del mondo politico-parlamentare e lo hanno finalmente decretato anche le massime autorità dello Stato competenti in materia: l'Autorità garante della concorrenza e del mercato e l'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, sollecitata quest'ultima dalla stessa Magistratura ad elaborare una riforma dell'intero sistema di rilevamento degli ascolti, mentre il Parlamento ancora rimanda di argomentare e legiferare in materia, dopo 19 anni di assoluto monopolio dell'Auditel, con gravi conseguenze per il mancato sviluppo pluralista del settore televisivo, per il decadimento della produzione televisiva e la ricaduta negativa registrata su tutti gli altri media, e per la stessa vita democratica del Paese, a motivo della valenza di consenso, perfino politico, assunta impropriamente dal dato di ascolto.
Per arrivare a questo punto - di non ritorno verso una sistema di rilevamento degli ascolti Tv pluralista, veritiero e trasparente - ci sono voluti 3 anni e mezzo di martellante campagna stampa denigratoria dell'Auditel, iniziata nel maggio 2002 con la pubblicazione del libro "La favola dell'Auditel", e proseguita con qualificate iniziative di studio come il Convegno nazionale "TV ed opinione pubblica: il problema dell'Auditel", organizzato all'Università "La Sapienza" di Roma, nel settembre 2004 , fino al Seminario ospitato nel gennaio scorso dalla Federazione nazionale della stampa, in occasione della riedizione aggiornata de "La favola dell'Auditel. Parte seconda: fuga dalla prigione di vetro", e che ha dato vita alla nascita di un Tavolo permanente sulla questione Auditel, cui partecipano tutte le istanze della società civile che - soprattutto negli ultimi tre anni - si sono interessate e mobilitate su un tema di tale rilevanza democratica, che andrà seguito nella sua evoluzione.
Il nuovo presidente dell'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, Corrado Calabrò, appena eletto nel maggio 2005 ha infatti annunciato decisivi cambiamenti nel sistema Auditel, indicando due piani d'intervento: quello della "vigilanza", attraverso una convenzione con l'Istat per controllare "la metodologia della rilevazione" e quello della "separazione tra proprietà e sistemi di controllo", per "fare in modo - ha spiegato - che la rilevazione sia indipendente dalla composizione azionaria della società che lo effettua". Calabrò aveva promesso di realizzare la riforma dell'Auditel entro il 2005, poi aveva spostato la scadenza al mese di febbraio 2006, ma tutt'ora non ha mantenuto fede all'impegno preso.
A sollecitare l'Autorità per le comunicazioni ad operare in tal senso è stata la stessa la Corte d'Appello di Milano, nella persona del giudice Filippo Lamanna, che accogliendo il ricorso alla Magistratura contro l'Auditel, presentato dalla società Sitcom - che raccoglie quattro emittenti satellitari Alice, Leonardo, Marcopolo, Nuvolari - ha emesso il 19 aprile 2005 una sentenza clamorosa nella storia dell'Auditel, interdetta dal pubblicare i dati delle singole Tv satellitari, in quanto non c'è prova che siano nè congrui nè rappresentativi della realtà.
Ad avvalorare le tesi di inaffidabilità dell'Auditel sono stati due rapporti sull'Auditel elaborati dall'Istituto nazionale di statistica: il primo del marzo del '97, già denunciava chiaramente limiti e distorsioni di questo sistema di rilevamento, ma nessuno allora raccoglieva il grido d'allarme su una realtà che ha pesato fortemente non solo nel mondo della televisione ma ha inciso profondamente nella vita sociale e culturale del nostro Paese; il secondo dell'ottobre 2004, commissionato due anni prima dall'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, presieduta allora da Enzo Cheli, il quale decise di dare finalmente seguito agli "elementi di criticità" riscontrati nel sistema Auditel, annunciando già nel novembre 2004 una delibera su le modifiche da apportare nella composizione del campione, nella tecnica del rilevamento e nella diffusione dei dati.
A seguire è giunta per l'Auditel, a fine 2004, anche la condanna del presidente dell'Antitrust, Giuseppe Tesauro, che ha auspicato "la ridefinizione dell'assetto proprietario" dell'Auditel, dove "Finnvest e Rai esercitano un'influenza determinante" e in alternativa "prevedendo un soggetto privato indipendente", che assolva al rilevamento degli ascolti televisivi .
Passata la stagione della semplice denuncia, che ha coinvolto testate di ogni indirizzo politico, ideologico, culturale e che è rimbalzata nelle competenti sedi istituzionali, occorre confidare nello stato di diritto al di sopra di ogni contesa politica.

 

 

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