D. – Dr. Sciacchitano, dal suo osservatorio privilegiato quale siciliano, e nel suo ruolo istituzionale, quali attese da questo incontro che si terrà a Palermo?
R. – Io credo che l’incontro a Palermo possa essere di grande importanza per diversi punti di vista. Uno, perché la Sicilia è luogo di tradizionali incontri tra culture diverse, tra sistemi diversi, tra tradizioni diverse. E naturalmente, faccio riferimento alla Storia nostra che ci ha visti dominati da tanti popoli diversi con i quali, quindi, abbiamo dovuto comunque colloquiare. Quindi, siamo stati dominati dalla loro cultura, siamo stati dominati dai loro sistemi giuridici e abbiamo anche avuto le loro religioni. Per esempio, faccio riferimento agli arabi che secoli fa hanno portato in Sicilia la religione musulmana: così noi siamo abituati a parlare con loro, a dialogare. Inoltre, c’è un altro aspetto: Palermo e la Sicilia sono certamente caratterizzate da due aspetti, uno negativo e uno positivo. Siamo al centro della mafia, nel senso che Palermo può essere considerata la capitale della mafia; ma è anche la capitale, riconosciuta dalle Nazioni Unite, dell’antimafia. Cioè, a Palermo è stata firmata la Convenzione delle Nazioni Unite contro la criminalità organizzata. Allora, questo significa che questi temi certamente fanno cultura. Fanno cultura nel dialogo interreligioso: fanno cultura perché la mafia – ma non soltanto quella locale, anzi non mi riferisco affatto a quella locale, ma al concetto ben più ampio di crimine organizzato internazionale – deve essere contrastata certamente con i mezzi giuridici, ma con la cultura. Perché la mafia si basa su una "in-cultura". E allora, un incontro come questo, che guarda alla cultura, guarda al modo di cambiare l’uomo nel suo interno, non può non dare attenzione a questa realtà.
D. – La cultura della legalità che si raffronta ogni giorno, si scontra con la “cultura” dell’illegalità, non è certo un problema della Sicilia e dell’Italia, ma del mondo intero. Quindi sarà questa un’occasione per guardare a questo problema, anche in Italia, con una visione universale …
R. – Ma sicuramente! Bisogna completamente, in questo momento, prendere lo spunto perché Palermo ha quella caratteristica che abbiamo detto, ma guardare veramente al mondo intero. Oggi il problema della lotta alla criminalità organizzata nel suo insieme è un problema culturale, politico, sociologico, economico che riguarda il mondo. Non riguarda certamente né l’Italia né, ovviamente, solo la Sicilia. Guardiamo alla realtà dell’Estremo Oriente, guardiamo alla realtà dei Paesi del Sud America, guardiamo alle realtà dell’Est Europeo, all’are dei Paesi balcanici, Paesi tutti attraversati da rotte attraverso le quali passano tutti i traffici illeciti dei vari gruppi organizzati. Quindi, il problema è assolutamente mondiale e a questo noi guardiamo con l’attenzione che si deve.
D. – Dalla sua esperienza personale, si è mai sentito o si sente stanco?
R. – No. Per mia fortuna. Anche se l’età avanza, rimango ancora forte nel convincimento che la nostra opera, anche se non sembra, i suoi frutti tuttavia li lascia. Il ragionamento che ho fatto oggi mi nasce anche dal ricordare quanto mi disse uno dei primissimi pentiti di mafia, secondo il quale la lotta alla mafia si fa sì con il sistema repressivo, ma si fa anche attraverso un’azione profonda nella scuola, e quindi tramite la cultura. Ed è questo che mi da il convincimento che nel breve o medio periodo, il problema noi possiamo affrontarlo.