“Studiare, informare e formare” su questioni di biomedicina e diritto in relazione alla promozione e difesa della vita. Questo il mandato di Giovanni Paolo II alla Pontificia Accademia per la Vita, sorta l’11 febbraio 1994, chiamata a svolgere un lavoro “spesso faticoso perché richiede di andare controcorrente, sempre prezioso perché attento a coniugare rigore scientifico e rispetto per la persona umana”: lo sottolinea Papa Francesco nel suo messaggio, soffermandosi sul tema “Invecchiamento e disabilità”, scelto per suggellare i 20 anni di attività.
“Nelle nostre società – osserva Francesco – si riscontra il dominio tirannico di una logica economica che esclude e a volte uccide e di cui oggi moltissimi sono vittime, a partire dai nostri anziani”, specie se malati o disabili. Da qui la “cultura dello scarto". Qualcosa di più e di nuovo rispetto a sfruttamento e oppressione: esclusione. “Gli esclusi” sono “rifiuti, avanzi”. Se la salute è “un valore importante” – spiega il Papa – non determina però il “valore di una persona”, così anche “non è di per sé garanzia di felicità”, che può esservi invece “in presenza di una salute precaria”. “E la più grave privazione che le persone anziane subiscono – denuncia il Papa – non è l’indebolimento dell’organismo e la disabilità che ne può conseguire, ma l’abbandono, l’esclusione, la privazione di amore”. A questa deriva si oppone la famiglia “maestra di accoglienza e solidarietà”, dove s’impara “a non cadere nell’individualismo ed equilibrare l’io con il noi”, e s’impara “che la perdita di salute non è una ragione per discriminare alcune vite umane”.
“Una società è veramente accogliente” – conclude Francesco – quando riconosce che la vita “è preziosa anche nell’anzianità, nella disabilità, nella malattia grave e persino quando si sta spegnendo”; quando insegna che la chiamata alla realizzazione umana non esclude la sofferenza, anzi, insegna a vedere nella persona malata e sofferente un dono per l’intera comunità”.